Il concetto di istruzione secondo Ferdinando II di Borbone

– di Maria Lombardo-
L’impegno dei Napoleonidi e subito dopo quello incisivo di Murat riuscì davvero poco a liberare da secoli di ignoranza le Due Sicilie. L’ultima riforma dell’istruzione fu proprio quella Francese dopo il nulla così canta il Colletta nel VIII libro della Storia del Reame di Napoli:” cadde Murat nel 1815 e non seco leggi, usi opinioni speranza impresse nel popolo per dieci anni”. Salito al trono Ferdinando sconfessò con audacia l’operato del padre Francesco I. Richiamò in patria gli esuli tra cui molti professori universitari scacciati dal padre e dal nonno e cominciò a rinunciare a cortigiani e corruzione. Il pietismo pervase il giovane Re rafforzato dalle nozze con Maria Cristina di Savoia. Diffidente per natura verso i pennaruli e verso la classe colta in genere perché intuiva il loro interesse verso la politica e finì per consegnare l’istruzione al clero come i suoi avi. Tante le misure adottate dal Re ma alla fine i Comuni riuscirono solo a far chiudere le scuole e ridurre gli stipendi dei maestri. Le conseguenze di certe scelte non tardarono a farsi sentire nel Regno da Cirò in Calabria Ultra si alzò la voce di Pugliese che in un suo testo scrive sul decreto del Re che “ voleva alleviate le Comuni dalle spese esorbitanti inutili (..) l’esito pel maestro di scuola che doveva essere sacro si ridusse ad un terzo (…) da neppur compensarle come giornaliere”. Il numero dei maestri ridotti drasticamente! Nelle tre Calabrie il numero dei maestri con stipendio sospeso era asceso a dismisura solo 66 erano i maestri in servizio dati desunti da questi fasci ASRC inv.. n 36 /1, fascio I, fasc. 1 ed inoltre ASRC Inv. 36/1 fasc.1 n. 13. Contro questi decreti si sollevarono le autorità locali che desideravano allinearsi ai tempi che correvano, si sollevò in Calabria il Presidente della Regia Universitaria e della giunta di pubblica istruzione all’Intendente di Calabria Ultra (ASCZ busta 133/A fasc.n 12 :” (…) libri di primi canoni d’aritmetica, di metodi pratici di geometria lineare, di generale e semplicissimi principi di storia generale accompagnati da insegnamenti di agronomia (…) da notizia alcuna di storia patria,, e di geografia. Inoltre non pubblici esami e non premi di incoraggiamento ma al contrario metodi noiosi di ordinaria pedanteria”. A queste lamentele il Governo rispose addossando la colpa agli insegnanti sostenendo che il fine della scuola primaria era leggere scrivere e far di conto ed il Re non intendeva migliorare il servizio. E così la scuola pubblica accelerò il suo decadimento! La condizione dell’istruzione femminile poi lasciava a desiderare inoltre disastrosa era la condizione dell’istruzione in Sicilia ne discuteremo in separata sede. Un clima di disinteresse verso la scuola pubblica che vide solo la pubblicazione di un Progetto di Riforme pel Regolamento della Scuola pubblica voluta dal Mazzetti in cui la scuola era suddivisa in tre gradi. A Napoli poi si sviluppò l’insegnamento libero che ebbe incremento qualitativo e quantitativo come in nessun luogo d’Italia, un libero mercato dell’istruzione che penalizzò il popolo e permise ai rampolli di tutto il Regno di convergere nella Capitale. L’istruzione prescolastica fallì miseramente sia pubblica che privata. Nel napoletano si contavano davvero pochissimi asili uno solo nella città dell’Aquila grazie a donazioni. Ed uno solo a Napoli l’asilo Rothschild che godeva di ingenti sovvenzionamenti. Insomma gli asili erano reputati:” vani ed inutili”. Agli istituti militari Ferdinando II dedicò molto tempo e denaro poiché ereditò l’esercito frustrato e deluso dalla politica di suo padre e solo così poteva stroncare eventuali moti rivoluzionari. Nel 1848 Ministro della Pubblica Istruzione fu il calabrese Poerio ed iniziò a pensare ad una riforma e sollecitò affinchè si optasse per uno stato di tutti i maestri e maestre. Dalla Calabria il quadro fu desolante ed i maestri pagati poco e tenuti in scarsa considerazione.