I cementifici” di Caccùri (Kr)

– di Maria Lombardo-
 Per i neomeridionalisti che voglio dimostrare che la Calabria era una regione ricchissima (questo lo dicono loro da profani) questo articolo li farà gongolare . Spero non troppo! Udite Udite! Questi ruderi esistevano davvero fino a qualche decennio fa non sono le “migliaia e migliaia” di opifici fantasma che credono ci fossero in Calabria sotto i Borbone. Entriamo nel vivo di un’arte della calce perché è artigianato nulla più beata la loro ingenuità. Ecco a Voi le “ carcare”! Questa calcina era l’elemento base per la costruzione delle vecchie case, un lavoro immane e faticosissimo per estrarre l’ossido di calcio. I nostri nonni hanno lasciato molte testimonianze sulle tecniche usate. Caccùri e la Calabria ne sono piene! In questo ambito la Piemontesizzazione non attecchì proprio poiché le tecniche erano già sviluppate. Ma torniamo alla produzione della calce. L’ossido di calce si otteneva scaldandolo ad elevate temperature la pietra che diventava carbonato di calce, le pietre indispensabili venivano fatte rotolare dalle colline fino a valle ed ammucchiate all’opificio. Le “carcare” erano enormi edifici a parallelepipedo o forma circolare, solo nel 1920 cominciarono a cambiare le “sorti” dei lavoratori distrutti dal duro lavoro per quattro soldi. Sempre in quella data la famiglia Barracco dona un cospicuo fondo il Rione Croci che venne urbanizzato a favore dei reduci combattenti della Grande guerra fu così che venne assoldato l’artigiano Caccurese Pietro De Mare che ideò e costruì una teleferica per portare a valle operai e materiale. Propongo ai neomeridionalisti che spesso hanno bastonato gli illuminati Barracco di rivedere le loro posizioni storiche e di lasciare a chi del mestiere di fare il proprio lavoro. Appena la pietra era portata in opificio veniva “aggiustata” a cerchio fino a formare una cupola alla base della piramide venivano poste frasche e sterpaglie portate dalle donne in testa. Le operazioni di cottura del calcare chi dirigeva il lavoro era costretto spesso a urlare ordini concitati affinché l’operazione venisse fatta a regola d’arte e il lavoro andasse a buon fine. Da qui la curiosa abitudine di definire “carcararu” una persona che parla troppo, a raffica e grida ad alta voce. Ultimate queste operazioni si dava fuoco agli sterpi badando che il fuoco non si spegnesse e rimanesse acceso ininterrottamente per ventiquattro ore. L’immane calore che si produceva favoriva la combinazione dell’ossigeno dell’aria con il carbonato che perdeva l’anidride carbonica dando luogo all’ossido di calcio. Il fuoco veniva spento quando l’ossidazione era completa si spegneva gettando acqua ed adiacente venivano scavate delle fosse per l’acqua dove si gettavano le pietre incandescenti, si sviluppava una reazione esotermica con una produzione di calore tale che l’acqua si metteva a bollire e l’ossido di calcio si trasformava in idrossido di calcio. La calce prodotta convogliata nella buca diveniva una pasta che veniva coperta con la sabbia. Quando si doveva preparare la calcina se ne prendevano con una vanga tre o quattro “palate” e si mescolavano con sabbia e acqua servendosi di una vanga dalla forma particolare che era chiamata “zappetta”. A questo punto la malta era pronta per l’ uso. Gli operai i “minaturi ‘e cauce.” Tra gli ultimi minaturi, prima che il cemento sostituisse definitivamente la calce, ricordiamo mio nonno, Saverio Chindamo, ‘u zummaru e Antonio Pasculli alias “U Magu, alias Togliatti, il più fedele ascoltatore di Radio Mosca.” Attenzione a Voi neomeridionalisti non era questa la calce usata dai Savoiardi per sciogliere i morti di Fenestrelle.