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Delia Dattilo ci racconta: RELICS “Ricordare la bellezza e l’utilità di ripercorrere le strade di pietra e di pensieri su cui faticosamente camminiamo oggi”

Delia Dattilo ci racconta: RELICS “Ricordare la bellezza e l’utilità di ripercorrere le strade di pietra e di pensieri su cui faticosamente camminiamo oggi”

Intervista a Delia Dattilo, per l’uscita del suo primo libro Relics, edito da Ferrari Editore. Sarà presente venerdì 19 maggio 2017 alla trentesima edizione del Salone del libro di Torino.

 

Laureata a pieni voti in Iconografia musicale antica (Università della Calabria) e in Etnomusicologia (Università degli Studi di Palermo), dal 2003 a oggi ha esposto le sue opere d’arte figurativa in Italia e all’estero. Nel 2011 è stata invitata a partecipare in qualità di artista figurativa alla 54a Biennale di Venezia (Padiglione Italia, Palazzo Genoese-Zerbi) a cura di Vittorio Sgarbi e Fernando Miglietta (L’Arte non è cosa nostra, Skira, 2011). Ha esposto in varie collettive di carattere nazionale e in gallerie d’arte italiane. Dal 2012 una sua opera risiede nella collezione permanente del Davis Museum di Barcellona (Spagna) insieme ad altri artisti italiani e internazionali (Tony Harding, Yoko Ono). Nel 2015 è stata vincitrice di un crowdfunding indetto dall’associazione culturale Tecné di Cosenza per la realizzazione della prima edizione della rassegna di arti multimediali Lentine – piccoli rimedi per contrastare l’ansia della contemporaneità, per cui ha partecipato con una installazione plastica e un progetto di soundscape composition dal titolo Biosphere Box. È autrice di articoli di critica, recensioni di contributi scientifici (di carattere musicologico ed antropologico) e saggi sulla storia del territorio calabrese. Ha pubblicato Relics, il suo primo libro, con la Ferrari Editore (Rossano, Cs): una monografia fra narrativa e saggistica dedicata alla storia del pensiero e all’archeologia calabrese. Il libro sarà presentato al Padiglione Calabria del Salone del Libro di Torino (19-21 maggio 2017).

 

 

    1-Si è discusso molto nella filosofia Estetica della funzione dell’arte, partendo da Aristotele, il primo a dedicarvi un’opera nella quale afferma che l’arte, presentando l’emozione realizzata in un complesso ordinato di eventi (com’è nella tragedia) o di suoni espressivi (com’è nella musica), distoglie l’uomo dall’oggetto dell’emozione per interessarlo all’emozione in se stessa per poi cadere nel processo catartico, di purificazione e ancora una visione più moderna la troviamo in Nietzsche che riteneva che “l’arte salva e risana, l’esistenza è rappresentata dal sublime, come addomesticamento artistico dell’orrore, e dal comico, come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo”. Già nella prefazione del tuo libro, Relics, si può notare un’affinità con le affermazioni su citate: qual è la motivazione che ti ha spinta ad affrontare questo “viaggio”?

 

Siamo molto distanti dai tempi di Aristotele e Nietzsche. Valutare il senso di un’opera d’arte, oggi, continua a essere opera del critico, non tanto perché l’artista sia l’inconsapevole la cui mano compone oggetti e figure a caso, ma perché è un lavoro a tutti gli effetti quello di interpretare e comunicare il senso di un’opera particolare in un contesto linguistico universale. Nel libro, molto semplicemente, tento di ristabilire una connessione fra ciò che era e resta, qui in Calabria, e ciò che si è oggi. Non so quanto le mie parole (è il mio primo libro), ma le immagini, ne sono certa, restituiscono la buona fede di questo mio impegno.

 

 

         2-Si parla di Estetica del brutto, ci racconti come è cambiato il mondo artistico nel corso degli anni, secondo il tuo punto di vista e la tua esperienza?

 

«In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.» Io non so essere così diretta, Battiato è Battiato e io sono soltanto io. Il suo sì che era un dire coraggioso, rivoluzionario e lungimirante; io, la rivoluzione, da borghese, la subisco come la subiscono tutti gli altri borghesi, più o meno consapevoli di esserlo. Però, mi associo a questa sua sintesi. Il brutto è un fatto, poi oggi, nella virtualità, vive una doppia vita, in queste nostre false comunità. Penso, comunque, che il brutto continui ad annidarsi dove non c’è il bello, ritengo per un agire collettivo – più o meno cosciente. Che come oggi anche ieri il brutto sia motivo di esaltazione non è una novità, né un’aberrazione totale, il problema è come e con chi condividi l’idea di brutto: a che scopo. La storia ce lo dirà, come sempre.

       

       3-Nel tuo viaggio, hai scorto solo “reliquie” del passato della Calabria? Qual è, se c’è, il nodo che lega il passato al presente?

 

Scorgere solo le “reliquie” non ha alcun senso. A un certo punto senti (o non senti mai, perché non trovi le condizioni) il bisogno di comprendere l’origine delle cose (belle e brutte). Scorgere unicamente le reliquie senza rintracciare o conferire loro il senso di una connessione (che c’è, sempre) col presente non ha alcun significato né porta beneficio, piacere, disagio o qualsiasi altra forma di vitalità dello spirito o dell’intelletto. Individuare il collegamento al presente, quello sì, più che uno scopo è il tramite con cui tentare di rattoppare questa nostra vita contemporanea. I linguisti e gli archeologi, come pure gli antropologi, fanno il lavoro più bello e difficile del mondo. Bisogna chieder loro più spesso quale sia il senso di ripescare “reliquie”: capire come queste non siano oggetti isolati e fuori contesto, ma il prolungamento e il tessuto stesso dello scorrere del tempo e quindi del tempo delle nostre vite, in quanto umani, speso a parlare della vita stessa.

 

        4-La Calabria, un angolo di Paradiso, un’antica terra, cosa resta oggi del glorioso passato?

 

Intanto resta il suo nome. Il punto è capirne il senso. Se lo intendiamo come lo intendevano i greci, oggi in quel Kala possiamo udire l’eco di un principio di bontà. Poi, restano delle cose – degli oggetti o gli insediamenti antichi che sono perlopiù una magnifica astrazione, se si escludono le grandi e più note aree archeologiche. Restano eventi, oggetti del fare quotidiano e del pensare – della cultura, insomma – manoscritti di musica e trattati, iconografie (nella tridimensionalità di una scultura o in un bassorilievo oppure sulle pitture vascolari, le mie preferite). La Calabria non è meno paradisiaca di altri territori disseminati nel mondo e la terra non è mai “antica”. Anzi, è più antica oggi di quanto non lo fosse ieri, quando era davvero nuova, giovane. Oggi siamo davvero troppo fiacchi e vecchi. Ce lo dimostrano i Bruzi, o in generale gli italici, oppure gli abitanti dell’Età del Ferro e del Bronzo che io non so nominare e che gli archeologi – fra tutti quelli calabresi, come Francesco A. Cuteri oppure Armando Taliano Grasso e tantissimi altri cui dobbiamo tutto il rispetto e la stima per un lavoro difficilissimo – conoscono e cercano di interpretare per noi. Cosa te ne fai dell’antica idea di paradiso se la nuova idea non trova corrispondenza con un certo sentire? È difficile soffermarsi sulle cose che ho elencato, poiché gran parte della vita che conduciamo ci sta allontanando tragicamente da tutto questo.

Con questo libro ho voluto ricordare a me stessa e a chi legge la bellezza e l’utilità di ripercorrere le strade di pietra e di pensieri su cui faticosamente camminiamo oggi, a piedi, così, tentennanti, sospesi fra il rimpianto della concretezza e il desiderio della vacuità.

 

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