il pane di Africo (RC)

Il pane che si mangiava in Calabria sotto i Borbone.

di Maria Lombardo

Quando lo vide per la prima volta Zanotti Bianco sgranò gli occhi e lo portò nello studio di Giustino Fortunato affinchè tutti vedessero di cosa si cibavano i Calabresi. Chiamato pane di Africo perché lo vide mangiare al popolo africoto quando si trovava nella Locride. Una “miscitura” fatta di farina di lenticchie cicerchia ed orzo duro come una pietra. La miseria di Africo era molto più antica dello spaccato che dipinge Zanotti. Distrutto dal terremoto del 1908, dopo vent’anni poche case erano state ricostruite. La gente viveva da sempre in tuguri malsani abitati da famiglie numerose ed animali. Le strade erano assenti e quelle esistenti erano buone solo per condurre le capre al pascolo. La fame era permanente. Quando pure questo pane nero mancava il popolo si cibava di ortiche o ghiande “arrustuti”. Il paese era isolato. Zanotti Bianco che giunse nel 1928 ad Africo vi era salito per una mulattiera in sei ore di marcia, e si era accampato sotto una tenda. Il nome di Africo mi richiamava l’Africa, il racconto sembrava quello di un esploratore dell’800. Nulla era cambiato dai Borbone in poi! Zanotti rimase allibito quel che aveva visto era frutto di una negligenza atavica. Iniziò a pensare come “ salvare” quel popolo con piccole accortezze:” un’attenuazione delle tasse sulle capre, una riduzione delle superfici boschive vincolate, la costruzione di due passerelle sul torrente. Ma erano aiuti venuti dal di fuori, da un signore che sembrava un “inglese” e che raccoglieva denaro tra aristocratiche benefattrici. Ci vuole la guerra a svegliare gli animi. Ma una preparazione era già stata avviata da un ex carcerato, Salvatore Maviglia, condannato per omicidio, divenuto in carcere anarchico.” Corrado Stajano (Africo, Ed. Einaudi, 1979, lire 300). Il 2 giugno 1946 la Repubblica raccolse ad Africo pochi voti. Il popolo voleva i Savoia persino il parroco don Stilo riuscì a convogliare tutti i voti a favore della monarchia. In paese fioccavano le lotte agrarie e pure quelle tra l’anarchico Maviglia e il parroco faccendiero. La lenta organizzazione della vita civile e della lotta politica fu sconvolta dall’alluvione del 1951. Una frana spazzò via il paese. I morti furono pochi, ma Africo scomparve.Per tutto un decennio gli africoti cercarono il terreno per ricomporre la loro comunità. Si iniziò una lotta tra chi voleva tornare nel vecchio territorio, dove erano restate le misere proprietà, e quelli che cercavano una sistemazione nuova. La scelta di una soluzione divise i due campi, anche la sinistra. Alla fine prevalse la tesi, sostenuta da don Stilo e dalla DC, di costruire un nuovo comune in una località distante 50 chilometri dal vecchio paese. Per lunghi anni la maggioranza degli africoti visse in un campo profughi. All’’inizio del 1960 era sorta Africo nuovo. Solo a questo punto gli Africoti iniziarono a mangiare, il sussidio era superiore al lavoro dei campi!Le pensioni, concesse a vario titolo, e le rimesse degli emigranti, portarono nel paese denaro fresco. Eppure la realtà è cambiata: “le bombole a gas in tutte le case, i 608 bagni su 778 abitazioni, il gabinetto in tutte le altre, i 123 telefoni, le 180 automobili, i 560 televisori e gli altri elettrodomestici”, non avrebbero mutato molto il costume, dice Stajano. Ma come è possibile? Il vecchio pane è scomparso dalle mense degli africoti. Il mutamento delle condizioni di vita non è dipeso da una trasformazione produttiva, da una riforma agraria, dalla industrializzazione, ma dall’estensione di un’economia assistenziale. Meditate gente su chiunque vi inculchi che la Calabria era una terra ricca è in mala fede!