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Intervista al giovane scrittore Francesco Grano in occasione dell’ uscita del suo secondo libro” Proiettili eroici”

Intervista al giovane scrittore Francesco Grano in occasione dell’ uscita del suo secondo libro” Proiettili eroici”

Intervista al giovane scrittore cosentino Francesco Grano in occasione dell’ uscita del suo secondo libro: Proiettili eroici – L’Heroic Bloodshed di John Woo, edito dalla Ferrari Editore.

Francesco Grano nasce a Cosenza l’8 giugno del 1990. Dopo gli studi di ragioneria e programmatore informatico, decide di intraprendere la carriera universitaria, seguendo la vocazione per le materie umanistiche e per la sua più grande passione, il cinema. Nel febbraio del 2013 presso l’Università della Calabria, si laurea in Scienze della Comunicazione e Dams con una tesi sul regista americano Michael Mann. Successivamente collabora, per circa un anno, come correttore di bozze e revisore testi presso la casa editrice Luigi Pellegrini Editore di Cosenza.
Grazie all’affinamento delle capacità editoriali, nel dicembre del 2014 pubblica con la Pellegrini il suo saggio di esordio La città e la notte – Il thriller metropolitano di Michael Mann (arricchito dall’introduzione a cura del professore dell’Università della Calabria Daniele Dottorini), che viene presentato al pubblico nel maggio 2015 presso La Feltrinelli di Cs. Alla presentazione del testo partecipa il professore dell’Università della Calabria Marcello Walter Bruno, in veste di moderatore critico.

Nel settembre del 2015 è tra i semifinalisti del concorso di critica cinematografica Scrivere di Cinema 2015 – Premio Alberto Farassino, patrocinato dalla testata online MyMovies.it e Cinemazero. Nel frattempo porta a termine gli studi universitari, conseguendo la laurea magistrale (sempre nel medesimo ateneo) in Linguaggi dello Spettacolo, del Cinema e dei Media con una tesi sull’heroic bloodshed nel cinema hongkonghese di John Woo.
Attualmente collabora come critico cinematografico e letterario per le webzine LetterMagazine – Rivista culturale online, AgoraVox – Il cittadino fa notizia, Slowcult – Il lento fluire del sapere e per il social media LiberArti – Social Reader Writer Artist. Da circa due anni si è avvicinato, con molto interesse, al mondo della fotografia, con particolare attenzione alla fotografia paesaggistica/naturalistica ed alla street photography.
Ha partecipato al concorso fotografico Fiocchi di Calabria, promosso dall’Associazione N. 9 e dal Movimento Cristiani Lavoratori, arrivando terzo in classifica con lo scatto Boots on the Snow.
Successivamente è tra i giurati del Concorso Fotografico Estate 2016, organizzato dall’Associazione Culturale I Casali Vico-San Nicola.  Nell’ottobre del 2016 partecipa al concorso fotografico Il Senso della Calabria e nel gennaio 2017 a C’est la Vie I Edizione, concorso fotografico promosso dal Rotaract Club Lamezia Terme, rispettivamente con gli scatti Nobody at the Window e On the Wire.

INTERVISTA
  • «Un modo divino di raccontare la vita, di fare concorrenza al padreterno», così definiva il cinema Federico Fellini in una sua intervista, cosa rappresenta per te e ti suscita, da giovane appassionato?

 

 

Credo sia veramente difficile espletare, in poche parole, ciò che rappresenta per me il cinema. Ho sempre considerato la Settima arte come una sorta di viaggio esperienziale che procede, di pari passo, alla nostra esistenza terrena. Se è vero che fin dalla sua nascita al cinema è stato dato anche l’appellativo di fabbrica dei sogni (in quanto nei film tutto sembra possibile e realizzabile), rimane pur vero che, spesso e volentieri, i suoi prodotti non sono solo ed esclusivamente votati alla fiction, a quelle storie di finzione sapientemente elaborate da sceneggiatori e addetti ai lavori, ma anche ricostruzioni di episodi o storie realmente accadute. Se definisco il cinema come un viaggio esperienziale è perché, nonostante esso sia stato costruito tra mondo della fantasia (la fiction) e trasposizioni dal reale, entrambi i due aspetti aiutano gli spettatori a nutrire sia la loro fantasia sia la loro voglia di conoscenza. Ed è proprio questo ciò che mi ha fatto innamorare del cinema, ovvero la capacità di riuscire a portare sul grande schermo i più iperbolici voli pindarici della finzione, così come la nuda e cruda realtà della vita quotidiana. Tutto questo non fa altro che suscitare, in me, sempre più ammirazione e voglia di assimilare ogni singola sfaccettatura di questa Arte.

 

  • Da dove nasce l’amore per il cinema, quali sono e sono state le tue influenze?

 

 

L’amore per il cinema è nato nei primi anni dell’infanzia, quando la mia famiglia mi regalava le VHS dei classici d’animazione della Disney. Ma, animazione a parte, il primo vero contatto con il cinema si è verificato con il film Batman – Il ritorno del geniale e visionario regista Tim Burton. Conservo un vivido ricordo di questa esperienza anche perché da quel momento ho capito che il cinema era qualcosa di incredibile, una mirabilia in cui la vista, l’udito e le emozioni sono coinvolte al 100%, formando tra di loro una sensazionale amalgama mirata a incollarti dinnanzi un film. È stato questo primo serio contatto con un esperto come Burton (regista che ammiro molto e che fa parte dei miei punti di riferimento) che ha permesso la nascita del mio amore nei confronti di questa Arte. Poi, crescendo e ampliando gli orizzonti, ho scoperto il mare magnum di registi come Fritz Lang, Martin Scorsese, William Friedkin, Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, John Ford, Francis Ford Coppola, Federico Fellini, Michael Mann (quest’ultimo è il mio regista preferito), Jean-Pierre Melville, Kathryn Bigelow, John Woo, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica.

 

  • Da studioso della materia, come trovi sia cambiato il modo di fare cinema negli anni? Pensi che la tecnologia abbia dato una mano allo stesso o faccia perdere qualcosa alle opere cinematografiche?

 

 

In oltre un secolo si è parlato più volte di morte e rinascita del cinema e, parimenti, di innovazione o di passo indietro rispetto agli standard con cui si fa cinema. Oggi la tecnologia è utilizzata massicciamente nell’ambito della Settima arte e questo non può far altro, senza alcun dubbio, che dare la possibilità ai registi di andare oltre quelli che sono gli stessi limiti tecnici della regia. Se è vero che, da una parte, l’innovazione tecnologica aiuti a spingere al massimo le potenzialità dei registi, dall’altra parte io stesso riconosco queste “morti” e “rinascite” del cinema. Per avere un’idea concreta, faccio ricorso a due elementi chiave degli ultimi anni: l’utilizzo del 3D e del digitale al posto della pellicola. Il primo ricorso – in tutta sincerità – lo trovo di cattivo gusto, inutile, stancante e ridondante, mirato a far lievitare il prezzo del biglietto ed a impoverire quei film già legati all’estetica del blockbuster (e qui mi sembra giusto affermare che si tratti di una delle morti del cinema). Il secondo, invece, lo reputo un giusto ricorso nonché evoluzione del cinema. Se è vero che la messa in disuso (tranne ancora per alcuni supporter come Scorsese, Tarantino e Nolan) della pellicola porti via un certo fascino ai film stessi, tuttavia si deve riconoscere che la regia digitale ha dato la possibilità di consegnare allo spettatore prodotti dotati di elevato realismo e fluidità delle immagini (in particolare quelle notturne), nonché di aver alleggerito le troupe cinematografiche stesse, utilizzando attrezzature meno pesanti rispetto al passato.

 

  • Il cinema è un’arte e come tale è stato trattato da scrittori, soprattutto filosofi, negli anni. Secondo te da dove nasce questa esigenza di trasporre cinematograficamente i sentimenti più alti dell’essere umano quali la psiche, la vita stessa e tutto ciò che la comprende?

 

 

Sono dell’idea che questa esigenza, questa richiesta di vedere sul grande schermo sentimenti, emozioni e risvolti psicologici nasca dal fatto che ci riconosciamo nei personaggi filmici. A volte capita di leggere negli articoli di critica frasi del tipo «i personaggi mancano di background psicologico» oppure «non c’è la giusta introspezione». Io stesso quando vedo e recensisco film per le webzine, annoto il trattamento e l’attenzione che è stata data ai personaggi dei lungometraggi. Tutto questo, come già affermato, nasce dal voler provare le stesse emozioni che viviamo nella vita quotidiana e reale. Credo che questo sia anche dovuto al bombardamento mass mediatico a cui siamo sottoposti ogni giorno: basti pensare alle guerre in diretta, al terrorismo, ai truci fatti di cronaca che si consumano in ogni parte del globo ma anche a quegli episodi a lieto fine che vedono coinvolti normali essere umani che salvano vite. Ecco, essendo spettatori di questi eventi e andando a vedere magari un film tratto da una storia vera, ci si aspetta che sentimenti, emozioni, psiche e stati d’animo vengano ricreati come nella realtà. Ma quando, di fronte alla mancanza di tali elementi, si prova un senso di insoddisfazione e mancanza di coinvolgimento, questo significa che l’immedesimazione tra spettatore e personaggio è fallita.

 

 

  • Negli ultimi anni abbiamo assistito a un calo della qualità delle opere cinematografiche, a parte qualche regista che difficilmente si smentisce e pochi film di rilievo, e abbiamo inoltre assistito al cambio di rotta di molti attori famosi e capaci che si sono dedicati alle serie TV, ormai sempre più complesse, valide e di spessore rispetto ai film per il grande schermo. Cosa pensi tu a riguardo?

 

 

Confermo senza ombra di dubbio. A parte qualche eccezione nel panorama internazionale, la maggioranza dei prodotti cinematografici ricalcano in pieno le esigenze dello spettatore mainstream che, a volte, non vuole un film cervellotico o che si occupi di importanti tematiche di impegno civile ma, bensì, qualcosa che lo aiuti a rilassarsi, a staccare la spina dalla quotidianità deliziandolo con contenuti di entertainment blockbuster invece di visioni autoriali profonde e complesse. Credo che la stessa migrazione di noti attori dal grande al piccolo schermo sia la prova di quanto affermato fino a qui. Vero è che la stessa serialità televisiva ha cambiato nettamente registro, proponendo ottimi lavori che per qualità e contenuti non hanno nulla da invidiare alle produzioni cinematografiche (un esempio su tutti, il serial True Detective). Fortunatamente, però, ci sono ancora grandi registi e nuove leve, come il veterano Clint Eastwood ma anche Xavier Dolan e Damien Chazelle che portano avanti quella politica autoriale, recuperando di pari passo quell’impianto classicheggiante del cinema del tempi d’oro.

 

  • E’ appena uscito il tuo secondo libro, ce ne parli?

Certo, volentieri! Si tratta di Proiettili eroici – L’Heroic Bloodshed di John Woo, edito dalla Ferrari Editore. È un saggio che ripercorre e analizza (mediante una chiave di lettura a metà tra cinefilia e ragionamento) la seconda fase registica del regista cinese John Woo, ovvero quella relativa al filone dell’heroic bloodshed, dell’eroico spargimento di sangue al centro delle sue pellicole come A Better Tomorrow I e II, The Killer, Bullet in the Head e Hard Boiled. La motivazione che mi ha spinto a scrivere di un importante regista come John Woo, è stata quella di riflettere sul ruolo dell’eroe e sui codici etici che lo motivano ad intraprendere gesta eroiche spesso volte al sacrificio, pur di far trionfare la giustizia e il bene sul male. Il cinema di John Woo, in particolare quello preso in riferimento nel mio testo, si basa sulla tradizione etica e morale degli antichi guerrieri cinesi che nei suoi film hanno le sembianze di ex gangster o assassini redenti che, dopo aver cambiato vita, riprendono in mano le armi per ripulire il mondo dalla criminalità. Naturalmente il saggio non si incentra solo ed esclusivamente su queste figure, ma propone la ricostruzione di aneddoti della vita del regista nonché una lunga riflessione sulla violenza, il sangue e, come già detto, il senso del sacrificio.

 

 

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